Ci sono persone che fanno rumore. E poi ci sono persone che fanno bene.
Veronica Prampolini apparteneva alla seconda categoria.
Per molti era “La Signora del Crostolo”, un nome diventato familiare sui social, un’identità scelta e custodita con pudore, quasi a voler dire che non contava il volto, non contava l’età, non contava il nome. Contava il gesto. Contava la gentilezza.
Per chi, come me, l’ha conosciuta da ragazza, era Veronica: solare, combattiva, coraggiosa. Una persona vera, di quelle che non hanno bisogno di costruirsi un personaggio perché coincidono perfettamente con ciò che sono.
Aveva trasformato un angolo lungo il Crostolo in qualcosa che oggi, in tempi così veloci e distratti, sembra quasi rivoluzionario: un luogo dove si può lasciare un dono e prenderne un altro. Libri, piccoli oggetti, sassi dipinti, casette per uccellini. Un microcosmo semplice, quasi antico nel suo spirito, dove il dare e il ricevere tornavano ad avere un senso concreto, quotidiano.
Non un’iniziativa eclatante. Non un progetto urlato. Ma una presenza costante, curata, amorevole. Un presidio di bellezza.
Veronica credeva nella gentilezza come pratica, non come slogan. “Non importa chi io sia”, diceva. Ed era coerente fino in fondo: aveva scelto l’anonimato per lasciare spazio al messaggio. In un’epoca in cui tutti cercano visibilità, lei aveva scelto di sottrarsi. E proprio per questo era diventata riconoscibile.
Dietro quella pagina social seguita da migliaia di persone non c’era una strategia, ma una donna che amava la natura, gli animali, i bambini. Una donna che aveva fatto dell’attenzione agli altri una forma di militanza silenziosa. Anche nei momenti difficili, anche quando la malattia oncologica era tornata a bussare alla sua porta, non aveva smesso di seminare parole luminose.
Il suo lascito è semplice e potente: abbiate cura di voi, non sprecate il vostro tempo, non arrabbiatevi. Parole che oggi suonano come un testamento morale, ma che in realtà erano il suo modo quotidiano di stare al mondo.
Veronica non ha costruito monumenti. Ha costruito legami.
Non ha fondato movimenti. Ha acceso piccoli fuochi di umanità.
E forse il senso più profondo della sua storia sta proprio qui: dimostrare che si può incidere in una comunità senza clamore, che si può cambiare il clima di un luogo partendo da un’aiuola, da un libro lasciato su una panchina, da un gesto gratuito.
La sua vita – 53 anni appena – sembra uscita da una fiaba gentile. Ma non era una favola: era scelta, determinazione, coerenza. Era la capacità di restare sé stessa, sempre.
Oggi Reggio Emilia la saluta. Ma chi passerà lungo il Crostolo, chi troverà un libro lasciato per caso, chi si fermerà un momento in quel piccolo angolo di verde, continuerà a incontrarla.
Perché certe persone non scompaiono.
Cambiano forma. E restano nel modo in cui ci insegnano a guardare il mondo.
Marina Bortolani



