
“Prima si accorpa e si appesantisce il Cpia di Reggio (Centro per l’istruzione degli adulti), riducendone autonomia, capacità organizzativa e prossimità; poi si annuncia che proprio quel centro dovrà accogliere obbligatoriamente i genitori degli alunni stranieri con gravi problemi di inserimento. È una contraddizione che va affrontata partendo dalla realtà delle scuole e dei territori”. Lo afferma Carmelo Randazzo, segretario generale Cisl Scuola Emilia Centrale, sull’annuncio della presidente del Consiglio del decreto con tetto del 30% e corsi di italiano per i genitori.
“A Reggio la fusione dei due Cpia ha concentrato in una sola autonomia una rete costruita negli anni: 33 sedi, dalla montagna alla Bassa. L’ultima rilevazione conta 2.558 iscritti, di cui 2.331 ai corsi di alfabetizzazione; prima dell’accorpamento i due Cpia avevano già oltre 2.500 frequentanti e 1.800 persone in lista d’attesa. Ciò che denunciavamo ora è realtà: affidare al Cpia depotenziato nuovi compiti senza accompagnarlo con un adeguato rafforzamento di organici, mediazione, personale amministrativo, sedi e risorse rischia di mettere ulteriormente sotto pressione un servizio già fortemente impegnato, con ricadute sui tempi di attesa e sulla qualità della risposta alle persone”, dichiara Randazzo.
Certo, il decreto imminente dovrà dire chi accerta la difficoltà, con quali criteri, quante ore sono previste e come si conciliano corsi, lavoro, trasporti e cura dei figli. “Intanto è chiaro che l’italiano per gli adulti è un diritto e uno strumento prezioso di partecipazione e integrazione. Non diventi un obbligo senza condizioni, né l’alibi per ignorare il depotenziamento dei Cpia”, sottolinea il sindacato.
I NUMERI A REGGIO
I numeri reggiani impongono precisione. Nell’a.s. 2025/26 gli alunni con cittadinanza non italiana sono 13.247, il 18,2% del totale; nella sola scuola statale sono 12.003. Ma 8.020, il 66,8%, sono nati in Italia; all’infanzia sono l’81,3%, alle primarie il 72,1%. Non esiste un dato che quantifichi quanti non parlino italiano: la cittadinanza non misura la competenza linguistica. “Fare questa confusione significa non leggere correttamente i bisogni reali degli studenti”, osserva Randazzo.
La pressione più marcata si concentra nelle primarie cittadine Lepido (46,2%), Manzoni (45,8%), Da Vinci (43,7%) e Galilei (43,1%); alle medie Ligabue arriva al 49,5%, Galilei al 44,5%, Da Vinci al 38,3%. Fuori città, l’IC Fabbrico-Rolo raggiunge il 43,4% alle primarie e il 33,3% alle medie; Luzzara il 37,3% e il 31,1%.
QUATTRO PROBLEMI
“La soglia del 30% può governare le nuove iscrizioni soltanto se accompagnata da risorse e da una lettura individuale dei bisogni. Da sola produce quattro criticità. La prima è spostare, non risolvere: se una classe non può accogliere, la famiglia deve cercare un altro plesso, con più pendolarismo e possibili nuove concentrazioni. La seconda è il rischio di confondere situazioni molto diverse: un ragazzo nato qui e pienamente italofono non ha lo stesso bisogno di un neoarrivato. La terza sono deroghe strutturali senza organico: nei bacini già oltre soglia il criterio formale non crea docenti di italiano L2, mediatori o tempo per il rapporto con le famiglie. La quarta è la disuguaglianza territoriale: nei Comuni con una sola scuola non si redistribuisce nulla; nelle aree sovracomunali l’effetto ricade su trasporti, scelta della scuola e continuità educativa”, spiega Randazzo.
“La scuola deve rimanere luogo di integrazione, dialogo e inclusione, ma l’integrazione non si costruisce con automatismi anagrafici o percentuali applicate con il righello. Servono organico L2, mediatori, tempo scuola e una regia con Comuni e scuole. Se si vogliono introdurre nuovi obblighi, occorre contemporaneamente mettere scuole e Cpia nelle condizioni concrete di attuarli: con personale, sedi e risorse adeguate. Altrimenti il rischio è che una misura annunciata come soluzione diventi un ulteriore problema scaricato sulle scuole”, conclude Randazzo.


