“Benvenuti educatori di scuole ebraiche a Reggio Emilia: il dialogo non si cancella, si pratica”. Di Marina Bortolani

La prevista presenza a Reggio Emilia di insegnanti ed educatori provenienti da scuole ebraiche ha suscitato un acceso dibattito politico. Alcune forze chiedono di annullare la visita, richiamando la drammatica situazione di Gaza e la morte di migliaia di bambini.
La sofferenza dei bambini palestinesi non può lasciarci indifferenti. Ma proprio per questo mi chiedo: è davvero impedendo a degli educatori di scuole ebraiche di venire a Reggio Emilia che difendiamo i bambini di Gaza?
Io credo di no. Un insegnante non è il suo governo, un educatore non è il suo esercito. E incontrare qualcuno non significa approvare le sue idee o le scelte politiche del Paese da cui proviene. Significa, invece, dialogare. E il dialogo è tanto più importante quanto più è difficile. Se vogliamo incidere sulle culture, condividere valori, educare alla pace e alla convivenza, dobbiamo incontrare anche chi proviene da realtà con le quali siamo profondamente in disaccordo.
Reggio Emilia dovrebbe ricordarselo più di altre città, proprio per la cultura educativa che ha saputo diffondere nel mondo: ascolto, relazione, partecipazione, rispetto dell’altro.
C’è poi un precedente che riguarda direttamente la nostra città: il gemellaggio con Fort Worth, in Texas.
Il Texas è uno Stato nel quale vige ancora la pena di morte e, proprio per questo, negli anni non sono mancate le richieste di interrompere quel gemellaggio. Nel 2005, in particolare, fu presentato in Consiglio comunale un ordine del giorno per chiederne la fine.
Io allora ero contraria. Non perché approvassi la pena di morte — tutt’altro — ma perché ritenevo che il modo migliore per contrastare una cultura che non condividiamo non sia chiudere le porte, bensì entrare in relazione con essa e provare a cambiarla attraverso il confronto. È una posizione che continuo a ritenere valida. Mi recai personalmente in Texas ad incontrare il condannato a morte Michael Toney (poi scagionato perchè fu riconosciuta l’innocenza dopo 13 anni vissuti nel carcere texano del braccio della morte), e fui ospite dell’allora Direttore dello Houston Chronicle, il principale quotidiano di Houston, che scrisse un articolo sull’incontro invitando a valutare la possibile innocenza del condannato e le ragioni della mia contrarietà alla pena di morte, a partire dalla sensibilizzazione dei valori espressi nella nostra Costituzione italiana.
Se il gemellaggio con una città del Texas poteva essere uno strumento per parlare di diritti umani e di abolizione della pena di morte, perché oggi una visita di educatori ebrei dovrebbe essere considerata una forma di complicità con il governo israeliano?
Non confondiamo le persone con i governi. Non confondiamo il dialogo con il consenso.
Quegli insegnanti torneranno nelle loro scuole e porteranno con sé ciò che avranno conosciuto a Reggio Emilia. Potranno parlare ai loro bambini di un modo diverso di intendere l’educazione, la relazione, l’ascolto, la partecipazione. E forse proprio così, lentamente, si costruisce una cultura diversa.
Perché se davvero crediamo nell’educazione come strumento di cambiamento, non possiamo pensare che il cambiamento cominci chiudendo una porta in faccia a chi non la pensa come noi.
La pace non si costruisce parlando soltanto con chi è già d’accordo con noi. Si costruisce soprattutto quando abbiamo il coraggio di parlare con l’altro.

Marina Bortolani