Restare sul divano invece di uscire non è sempre segno di pigrizia o disinteresse sociale. Anzi, secondo alcune ricerche, potrebbe indicare una forma di intelligenza che la scienza sta iniziando solo ora a riconoscere.

Il luogo comune è noto: chi rifiuta l’aperitivo del venerdì sera viene spesso etichettato come asociale, noioso o “vecchio dentro”. Eppure i dati raccontano una storia diversa, che ribalta molte certezze sul rapporto tra socialità, intelligenza e benessere.

Uno studio condotto dalla London School of Economics su oltre 15.000 persone ha incrociato frequenza delle interazioni sociali, quoziente intellettivo e felicità percepita. Il risultato ha sorpreso gli stessi ricercatori: se per la maggioranza delle persone una vita sociale intensa è associata a maggiore soddisfazione, per gli individui con intelligenza più elevata accade l’opposto. Più socializzano, meno sono felici. E quando trascorrono più tempo da soli, il loro benessere aumenta.

Non si tratta di un effetto marginale, ma di una correlazione statisticamente significativa, che ha aperto nuove piste di ricerca.

Una possibile spiegazione arriva dalla teoria delle “intelligenze multiple” elaborata dallo psicologo di Harvard Howard Gardner. In particolare, entra in gioco l’intelligenza intrapersonale: la capacità di comprendere se stessi, riconoscere i propri stati emotivi, regolare energie, motivazioni e scelte. Chi possiede questa forma di intelligenza tende a non dipendere dagli stimoli esterni per riflettere, crescere o sentirsi appagato. Per queste persone, la solitudine non è un vuoto da colmare, ma uno spazio fertile.

C’è poi un aspetto spesso ignorato: per alcuni individui la socializzazione ha un costo cognitivo elevato. Non perché siano timidi o insicuri, ma perché elaborano le interazioni in modo più profondo. Analizzano il linguaggio, le dinamiche di gruppo, le sfumature emotive. Dove altri agiscono in automatico, loro consumano molte più energie. Il risultato è che, dopo una serata in compagnia, invece di sentirsi ricaricati, si sentono mentalmente svuotati.

Anche l’evoluzione offre una chiave di lettura. Secondo la “Savanna Theory of Happiness”, proposta dai ricercatori Satoshi Kanazawa e Norman Li, il nostro cervello si è evoluto in piccoli gruppi dove socializzare era una necessità di sopravvivenza. Nell’ambiente moderno, iperaffollato e iperconnesso, questo impulso ancestrale può diventare disfunzionale. Le persone con intelligenza più alta sembrano adattarsi meglio al contesto attuale, scegliendo quando e come socializzare, senza seguire automaticamente il bisogno di stare sempre in mezzo agli altri.

Dalla ricerca emergono alcuni tratti ricorrenti: la solitudine vissuta come rigenerante, la preferenza per conversazioni profonde piuttosto che per le chiacchiere di superficie, un mondo interiore ricco, una maggiore consapevolezza della fatica sociale e la tendenza a coltivare poche relazioni significative invece di molte connessioni superficiali.

Non a caso, uno studio pubblicato nel 2016 sul British Journal of Psychology ha confermato che, tra i giovani adulti con QI elevato, un’eccessiva vita sociale è associata a livelli più bassi di soddisfazione personale. Per questi individui, tempo, energia e attenzione sono risorse da investire in progetti personali, riflessione e crescita, più che nella socialità continua.

In un’epoca che confonde spesso connessione con autenticità, chi sceglie di restare a casa non sta rifiutando le relazioni, ma la loro versione impoverita. Meno rumore, più significato. Meno presenza obbligata, più libertà.

Forse, allora, il vero privilegio non è avere sempre un posto dove andare, ma saper stare bene dove si è. Anche — e soprattutto — da soli.

mb