Il referendum ha lasciato un messaggio politico netto: nella democrazia non esistono deleghe in bianco, né uomini soli al comando. Riflettere sul suo esito può essere utile per aprire nuove prospettive alla democrazia, alle riforme e anche alla pacifica convivenza. Per questo ritengo opportuno intervenire su un tema che considero decisivo per chi oggi svolge, o si candida a svolgere, un ruolo pubblico in rappresentanza dei cittadini.

Il voto ci ricorda anzitutto un principio fondamentale: chi governa il Paese o amministra un ente pubblico non lo fa con una delega assoluta, ma in rappresentanza degli unici veri detentori della sovranità popolare, cioè i cittadini. Esiste sempre un programma sottoposto al giudizio degli elettori, ma governare non significa comandare. Anche il modo in cui un programma viene attuato rientra pienamente nell’esercizio della rappresentanza democratica. Se si vogliono riforme durature ed efficaci, servono maggioranze ampie, confronto e condivisione, non scontri frontali o prove di forza. Il consenso va costruito, in Parlamento e nel Paese.

La vittoria del No al referendum, pur determinata da molti fattori, non può quindi essere letta come un rifiuto del cambiamento. È stata piuttosto la bocciatura di un cambiamento percepito come calato dall’alto, imposto con un metodo arrogante e poco incline al dialogo.

Se il Governo avesse davvero voluto allargare il consenso, avrebbe potuto accogliere alcune proposte provenienti dal Parlamento o dalla magistratura. Partendo da una maggioranza parlamentare di circa il 59%, non sarebbe stato impossibile raggiungere i due terzi necessari per approvare la riforma senza passare dal referendum. Se questo non è avvenuto, è perché si è preferito puntare su un’investitura plebiscitaria, confidando in un consenso politico di base ritenuto sufficiente, rafforzato da un sostegno “tecnico” trasversale sui contenuti della riforma.

Quella scommessa, come sappiamo, non ha pagato. Ed è giusto che non abbia pagato, perché si fondava sull’azzardo di una parte politica che, non avendo storicamente condiviso fino in fondo la genesi dello Stato repubblicano, continua a muoversi — come vediamo anche nei nostri piccoli Comuni — privilegiando lo scontro, lo strappo e la polemica mediatica al posto di un dialogo trasparente e costruttivo.

Ma proprio per questo anche il Campo Largo, se vuole davvero rappresentare un’alternativa a questo modo di fare politica, ha molto da imparare dal risultato del referendum. Da questo punto di vista, le prime dichiarazioni di alcuni tra i principali leader del centrosinistra non sembrano andare nella direzione giusta.

Una politica non dialogante e plebiscitaria è anche quella che pensa di legittimarsi soltanto attraverso le primarie, saltando ogni altra forma di intermediazione. Senza un confronto vero con le tante articolazioni civili, sociali e istituzionali del Paese, necessario per individuare soluzioni ai problemi che oggi colpiscono famiglie e imprese, il Campo Largo rischierebbe di chiudersi nel loop di una politica autoreferenziale, senza costruire un’alternativa reale.

Serve inoltre un ascolto autentico degli enti locali. Prima di tutto perché sono loro a garantire, con crescente difficoltà, numerosi servizi essenziali alla persona. E poi perché, come recita l’articolo 114 della Costituzione riformato nel 2001, la Repubblica non si identifica più soltanto con lo Stato: la Repubblica italiana è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato, ciascuno con la propria autonomia statutaria e con pari dignità istituzionale. È un modo preciso e lungimirante per affermare che in una vera Repubblica democratica non c’è spazio non solo per Re e Regine, ma neppure per comandanti e capipopolo.

Una politica realmente pluralista e democratica non può prescindere da questo confronto. Il Governo attuale, anche alla luce della drammatica situazione internazionale e della guerra, avrebbe dovuto attivarlo attraverso la Conferenza Stato-Città e Autonomie locali, se avesse avuto la necessaria sensibilità istituzionale. Non basta chiedere una collaborazione orizzontale alle opposizioni in Parlamento per offrire un segnale di unità: occorre muoversi anche in senso verticale, coinvolgendo le rappresentanze territoriali che possono dare un contributo essenziale alla soluzione dei problemi concreti dei cittadini.

Ma le autonomie locali possono fare anche di più. In una fase storica in cui è evidente il tramonto di un ordine mondiale, sostituito dall’arbitrio delle nazioni più potenti, possono rappresentare un livello capace di generare una nuova spinta verso un equilibrio internazionale più giusto e verso un nuovo diritto internazionale. Oggi sono le città — da Gaza a Kiev, da Beirut a Teheran — a essere bombardate. Ed è nelle città che sempre più persone scelgono di costruire il proprio progetto di vita, spesso senza chiedersi quale lingua si parli o quale religione prevalga. È a partire dalle città, con risorse adeguate e politiche di sviluppo armonico, che si possono sperimentare nuovi spazi di democrazia e nuove forme di convivenza civile.

L’Italia e l’Europa, su questo, hanno molto da dire. E non a caso David Sassoli, commemorando Altiero Spinelli, ricordò che il futuro dell’Europa sono le sue città.

Se davvero vogliamo andare oltre i No e avanzare proposte alternative al King — o alla Queen — di turno, allora questo non è il tempo dei plebisciti, delle politiche verticistiche e dell’autoreferenzialità. È il tempo dell’ascolto, del coinvolgimento reale e del rispetto della complessità democratica: un metodo che chi governa, o aspira a governare, non può e non deve ignorare.

Marcello Moretti – Sindaco di Sant’Ilario