C’è un momento, in un’aula di tribunale, in cui tutto si ferma.
Non contano le opinioni, non contano le simpatie politiche, non contano i titoli dei giornali. C’è un cittadino in piedi. C’è un giudice seduto. E c’è una decisione che può cambiare una vita.
In quell’istante, ciascuno di noi desidera una sola cosa: che chi giudica sia libero. Libero da pressioni, da appartenenze, da calcoli.

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 riguarda proprio questo momento.
La legge costituzionale sottoposta al voto propone tre modifiche profonde: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti CSM con membri sorteggiati, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma.
Il quesito è il seguente: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”. La scheda proporrà una scelta netta: “Sì” o “No”.

Sono interventi che incidono sull’architettura dello Stato. Non sono dettagli organizzativi. Sono scelte di sistema.

Negli ultimi anni la magistratura ha conosciuto una crisi di credibilità. Lo scandalo legato a Luca Palamara ha mostrato degenerazioni correntizie e rapporti impropri con la politica. Molti cittadini hanno provato indignazione. Ed è comprensibile.

Ma la Costituzione non si modifica per reazione. Le regole fondamentali non si scrivono per punire. Se una riforma nasce con l’idea di “ridimensionare” un potere, il rischio è di alterare l’equilibrio complessivo. E quando si tocca l’equilibrio dei poteri, la prudenza non è immobilismo: è responsabilità.

Nel nostro ordinamento le funzioni sono già distinte. Il giudice non accusa. Il pubblico ministero non giudica. La carriera comune, però, garantisce una formazione condivisa: il PM cresce dentro la stessa cultura dell’imparzialità che forma il giudice. La sua missione non è vincere un processo, ma accertare la verità.

Separare rigidamente le carriere significa imprimere al pubblico ministero un’identità esclusivamente accusatoria. E quando l’identità professionale si costruisce solo sull’accusa, la tentazione è quella di misurare il successo in termini di condanne, non di giustizia. Il PM non è l’avvocato dello Stato. È un magistrato. E questa differenza tutela tutti.
L’idea di affidare al sorteggio la composizione dei nuovi CSM viene presentata come la soluzione al problema delle correnti. Ma un organo di autogoverno non è un’assemblea casuale. Decide nomine, carriere, trasferimenti. Decide equilibri delicati. La casualità non garantisce indipendenza. Può, al contrario, generare fragilità e aprire spazi di influenza esterna. Il rischio è sostituire una degenerazione interna con una maggiore permeabilità politica.
E questo non rafforza la giustizia. La espone.

La proposta di una nuova Alta Corte disciplinare, con decisioni non ricorribili in Cassazione, introduce un potere disciplinare privo di un controllo ulteriore di legittimità. In uno Stato di diritto, ogni potere deve avere un contrappeso. È una lezione che la nostra tradizione costituzionale, da Piero Calamandrei in avanti, ha insegnato con chiarezza: l’indipendenza non è un privilegio, è una garanzia per il cittadino.

Chi entra in un’aula di tribunale non chiede un assetto costituzionale punitivo. Chiede tempi ragionevoli, decisioni comprensibili, rispetto delle garanzie, tutela delle vittime. Chiede efficienza senza sacrificare l’indipendenza.

Eppure la riforma proposta interviene soprattutto sull’equilibrio dei poteri, non sulle cause strutturali dei ritardi e delle inefficienze. Si cambia l’assetto. Non si risolve il problema.
Dire NO non significa difendere le storture. Significa chiedere una riforma più coraggiosa e più seria: organizzativa, strutturale, capace di ridurre i tempi dei processi e rafforzare la fiducia senza intaccare l’autonomia.

Il 22 e 23 marzo non si vota per simpatia o per risentimento. Si vota pensando a quel cittadino in piedi davanti al giudice.

Se un giorno fossimo noi, cosa vorremmo? Un sistema piegato dalle reazioni o una giustizia imperfetta, ma libera?
La libertà della giurisdizione non fa rumore. Non si vede nei talk show. Ma è la condizione silenziosa delle nostre libertà quotidiane. E certe cose, quando si perdono, non tornano con un nuovo referendum.

Marina Bortolani (Avvocato e Giornalista)