Per due anni e mezzo l’Assemblea del Bosco di Ospizio ha scelto la strada del dialogo, della partecipazione e della lotta nonviolenta. Ha utilizzato ogni strumento democratico a disposizione, proposto alternative all’Amministrazione e a Conad, chiesto un confronto quando ancora si poteva cambiare qualcosa.

Ha ricevuto in cambio silenzio e qualche pacca sulla spalla.

Una violenza sottile, mai gridata, che con il tempo ha però aumentato la propria durezza: nell’assenza di ascolto, nella chiusura di ogni spazio di confronto, nello schieramento delle forze dell’ordine davanti a una comunità pacifica, nei fogli di via agli attivisti nonviolenti, nelle ruspe entrate nel bosco. Fino a vedere quel bosco diventare, in una manciata di ore, un vuoto sotto gli occhi di chi per anni lo aveva difeso.

Ma non era abbastanza.

Bisognava impedire persino lo sguardo su quel vuoto. E così sono stati ulteriormente innalzati i pannelli intorno al cantiere. Viene spontaneo chiedersi se sia per impedire di vedere che si sta abbattendo più di quanto Amministrazione e Conad hanno dichiarato.

Ieri pomeriggio quella violenza è arrivata al suo compimento con la revoca dell’autorizzazione al presidio a partire da oggi.

Meno di 24 ore per cancellare due mesi di convivenza, i gazebo, la piccola biblioteca, gli spazi condivisi. Meno di 24 ore per pretendere che una comunità costruita pezzo per pezzo, pacificamente, scompaia dall’oggi al domani.

Tutto questo accade mentre la crisi climatica non è più un’astrazione.
Dopo estati di temperature estreme, in uno dei territori più inquinati d’Europa, sappiamo bene che a pagare per prime sono le categorie socialmente più fragili.

E accade in una città la cui Amministrazione ha dichiarato Emergenza Climatica nel 2019.

Chi ha certamente preso sul serio quella dichiarazione è stata l’Assemblea del Bosco, che ha difeso concretamente alberi, suolo, salute e vivibilità della città. Che ha praticato il dissenso con strumenti pacifici e democratici.. E che dall’ Amministrazione, Conad, dalla Questura, è stata trattata come qualcosa di sgradito e di cui liberarsi.
Ma
il dissenso è un diritto e chi lo pratica non è spazzatura.
La partecipazione è una virtù per un territorio, ma a Reggio Emilia, città delle persone, viene trattata come un problema di ordine pubblico.

Potere al Popolo Reggio Emilia condanna politicamente la gestione istituzionale di questa vicenda. Chiediamo conto all’Amministrazione delle proprie responsabilità e del proprio muro di silenzio.
Chiediamo la revoca immediata dell’ordine di sgombero

Non accettiamo che chi difende un bene comune venga trattato come un problema da rimuovere.

Non accettiamo che al dialogo si risponda con un muro: perché quel muro sta crollando e sotto le macerie rischia di ritrovarsi la città intera.

Flora De Carlo per Potere al Popolo Reggio Emilia e Provincia