
Generazioni di reggiani riuniti per ricordare i militari che dissero no al fascismo e al nazismo. Nella mattinata di venerdì 18 settembre, nel cortile dell’istituto storico Istoreco in via Dante 11 a Reggio Emilia, di fronte alla Questura, si è tenuta la cerimonia “I reggiani che dissero NO”. Al centro, l’inaugurazione di una targa commemorativa dedicata agli Internati Militari Italiani reggiani, un omaggio ai tanti cittadini della nostra provincia che dopo l’8 settembre 1943 furono catturati dalle forze tedesche e che, di fronte alla possibilità di tornare a combattere al fianco della Germania nazista e poi della Repubblica Sociale Italiana, dissero no. Preferirono la prigionia e la schiavitù, in condizioni terribili che spesso portarono alla morte, pur di non combattere per il nazismo e il fascismo.
La genesi dell’evento nasce proprio da una di queste vicende. La targa che verrà inaugurata è donata dalla famiglia De Lucia in memoria di Alfonso De Lucia, militare reggiano e paramedico, catturato nei Balcani dopo l’8 settembre 1943 e internato fino al 1945.
Alla cerimonia hanno preso parte il Prefetto di Reggio Emilia Salvatore Angieri, il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari, il consigliere delegato della Provincia di Reggio Emilia Elio Ivo Sassi e, in rappresentanza della famiglia De Lucia, Diego Mantovani, bisnipote di Alfonso De Lucia, assieme ai compagni di classe della scuola media reggiana Da Vinci. La mattinata è stata condotta dal vicepresidente di Istoreco Giorgio Paterlini e ha visto una folta rappresentanza di cittadini, istituzioni, tra cui il presidente del consiglio comunale Matteo Iori, e rappresentanti delle associazioni d’arma reggiane. Ospite speciale e graditissimo, il 102enne Luigi Andrea Corti di San Polo d’Enza, Imi deportato nel 1943, quando ero un giovanissimo arruolato nella Guardia di Finanza. Corti ha presenziato con la sua famiglia. Un bel collegamento generazionale con il giovanissimo bisnipote Diego Mantovani, che ha ricordato la vicenda del bisnonno.
Antifascista convinto, durante la prigionia Alfonso De Lucia utilizzò le proprie competenze sanitarie per assistere gli altri internati, contribuendo a salvarne diversi, e rifiutò sempre di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
Attraverso la sua storia, la famiglia De Lucia ha voluto lasciare alla città un segno permanente dedicato non soltanto ad Alfonso, ma a tutti i militari reggiani che con il loro rifiuto opposero una forma di resistenza al nazifascismo.
La targa, realizzata da Marmi Fontanelli di Vezzano sul Crostolo, vuole consegnare alla città la memoria di migliaia di persone comuni che, in uno dei momenti più drammatici della storia italiana, furono chiamate a scegliere. La targa è stata scoperta dal sindaco, dal prefetto e dal consigliere Sassi tra gli applausi sulla parete esterna dell’ex caserma Cialdini, l’attuale sede della Questura, proprio di fronte al luogo della cerimonia.
Non è una scelta casuale. Negli anni ’40 la caserma Cialdini era la sede dei bersaglieri. Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca della città, proprio da questo edificio migliaia di soldati e ufficiali di stanza a Reggio Emilia furono prelevati, condotti alla stazione ferroviaria e successivamente avviati verso i lager nazisti in Germania.
Già il 9 settembre Reggio Emilia era sotto il controllo delle forze tedesche e le caserme cittadine si riempirono di militari italiani destinati alla deportazione.
Per questo la targa sarà collocata proprio sui muri della Caserma Cialdini: non soltanto un luogo simbolico, ma uno dei luoghi fisici da cui cominciò la deportazione dei militari presenti a Reggio Emilia.
L’iniziativa si tiene in occasione la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, che viene celebrata in Italia ogni 20 settembre.
La ricorrenza è stata istituita con la legge 13 gennaio 2025, n. 6. La scelta del 20 settembre non è casuale: proprio il 20 settembre 1943 Hitler modificò lo status dei militari italiani catturati dopo l’armistizio, trasformandoli da prigionieri di guerra in “Internati Militari Italiani”. Una classificazione che consentì alla Germania nazista di sottrarli alle tutele previste per i prigionieri di guerra e di impiegarli nel lavoro coatto.
Dopo l’8 settembre 1943 furono oltre 650mila i militari italiani catturati e internati dai tedeschi. Posti di fronte alla possibilità di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e continuare la guerra al fianco del nazismo, nella grande maggioranza scelsero di rifiutare. Dissero no. Un rifiuto che per centinaia di migliaia di uomini significò deportazione, fame, lavoro forzato, violenze e lunghi mesi di prigionia.
Anche il territorio reggiano pagò un prezzo enorme. Dei militari reggiani presenti sui diversi fronti della Seconda guerra mondiale, 7.853 furono deportati dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e vennero classificati come Internati Militari Italiani. Di loro, 363 morirono prima della Liberazione.


