Il 23 luglio scorso l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato la legge che disciplina l’accesso al suicidio medicalmente assistito: la nostra è la terza Regione italiana, dopo Toscana e Sardegna, a legiferare in materia in assenza di una legge nazionale. Due giorni dopo, la Conferenza Episcopale regionale, presieduta dal nostro Arcivescovo, mons. Giacomo Morandi, ha diffuso una dichiarazione sobria e ferma, che merita convinto sostegno: «Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica»[1].
Sarebbe un errore liquidare questa parola come un pronunciamento confessionale. La tutela della vita, specialmente della vita fragile, non è prerogativa dei credenti: è l’architrave dell’ordinamento internazionale dei diritti umani. La Dichiarazione universale del 1948 (art. 3), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (art. 6) e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 2) proclamano concordemente il diritto alla vita, che il Patto dichiara «inerente alla persona umana» ed esige sia «protetto dalla legge»[2]. E quando si è preteso di ricavarne il rovescio, la Corte di Strasburgo ha risposto che l’art. 2 «non può, senza una distorsione del linguaggio, essere interpretato come attributivo del diritto diametralmente opposto, ossia un diritto di morire»[3]. Sulla stessa linea la Corte costituzionale: dal dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo non discende quello, «diametralmente opposto», «di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire»[4], perché la vita resta il «primo dei diritti inviolabili dell’uomo», «presupposto per l’esercizio di tutti gli altri»[5]. Hanno dunque ragione i Vescovi toscani, richiamati dalla dichiarazione: «non c’è un “diritto di morire” ma il diritto di essere curati»[6].
Il nodo antropologico è l’autodeterminazione resa assoluta che, osservano i Vescovi, accredita una cultura della «inutilità» della vita sofferente, «in un individualismo che rinnega il valore della vita come bene comune da difendere e custodire insieme». Il recente Piccolo lessico del fine-vitadella Pontificia Accademia per la Vita ricorda che l’uomo «esercita sempre un’autonomia in relazione», situata, vulnerabile, esposta al condizionamento della malattia e del dolore: assecondare la richiesta di morte può significare non già onorare la libertà del malato, ma «disconoscere il forte condizionamento» che grava su di essa[7]. L’esperienza dei Paesi che hanno legalizzato tali pratiche documenta del resto uno slittamento inesorabile: i confini di accesso si fanno progressivamente evanescenti, fino a includere condizioni generiche come la «stanchezza di vivere», e si genera «una sorta di richiesta indotta da parte di persone che, rese fragili dalla malattia, si sentono di peso per le loro famiglie e per la società»[8]. È il paradosso di una libertà che, resa assoluta, finisce per comprimere la libertà dei più deboli. Una legge, infatti, non si limita mai a regolare casi-limite: educa, plasma il costume, ridisegna ciò che una comunità considera lecito attendersi dai suoi membri più fragili.
La risposta vera alla sofferenza non è la soppressione del sofferente. «Molto spesso, infatti, la motivazione che sostiene una tale richiesta non è la volontà di morire, ma la paura di soffrire», annota ancora il Lessico[9]: più della morte, l’uomo teme la solitudine e l’abbandono. Per questo le cure palliative, garantite dalla legge n. 38/2010 e ancora largamente inattuate, non possono ridursi, come denuncia la CEER, a «una semplice informazione data al paziente», ma devono costituirne «una pre-condizione». Lo ha ribadito con nettezza Leone XIV nel discorso al Corpo Diplomatico: «È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»[10].
I Vescovi notano infine, non senza amarezza, che la legge è stata approvata nella festa di Sant’Apollinare, patrono della nostra regione, nei giorni della Giornata mondiale dei nonni e degli anziani. Alla comunità cristiana resta il compito che nessuna norma potrà mai surrogare: «saper stare» accanto a chi soffre, vegliare, con-solare[11], perché, come auspicano i nostri Pastori, nessuno «sia messo nelle condizioni di chiedere di interrompere la propria vita».
don Sebastiano Busani
(Consulente ecclesiale Giuristi Cattolici
Unione Reggio Emilia-Guastalla)
Il Consiglio direttivo
Unione Giuristi Cattolici Reggio Emilia-Guastalla
La Presidenza
Azione Cattolica Reggio Emilia-Guastalla
[1] Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna, I Vescovi Ceer sulla legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, dichiarazione del 25 luglio 2026, che riprende la Nota dei medesimi Vescovi del 29 febbraio 2024.
[2] Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo(10 dicembre 1948), art. 3; Patto internazionale sui diritti civili e politici (16 dicembre 1966), art. 6, § 1; Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (4 novembre 1950), art. 2, § 1. Cfr. anche Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina (Oviedo, 4 aprile 1997), artt. 1-2.
[3] Corte europea dei diritti dell’uomo, Pretty c. Regno Unito, ric. n. 2346/02, sentenza del 29 aprile 2002, § 39 (traduzione nostra).
[4] Corte costituzionale, sentenza n. 242/2019, punto 2.2 del considerato in diritto.
[5] Corte costituzionale, sentenza n. 50/2022.
[6] Conferenza Episcopale Toscana, Nota del 28 gennaio 2025, citata nella dichiarazione della CEER.
[7] Pontificia Accademia per la Vita, Piccolo lessico del fine-vita, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2024, 24; il passo riprende Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Samaritanus bonus (22 settembre 2020), III.
[8] Piccolo lessico del fine-vita, 46 e 71.
[9] Piccolo lessico del fine-vita, 32.
[10] Leone XIV,Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede(9 gennaio 2026).
[11] Cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Samaritanus bonus, V, 1; Piccolo lessico del fine-vita, 19.


