Annalisa Rabitti

“La violenza contro le donne è una questione di genere, dobbiamo avere il coraggio di dirlo”: lo sottolinea l’assessora alle Pari opportunità Annalisa Rabitti intervenendo in merito alla lettura della violenza nelle relazioni proposta nel convegno ‘La violenza non ha genere’, in programma a Modena.

“L’esperienza dei centri antiviolenza, e in particolare qui a Reggio Emilia la collaborazione con il Centro antiviolenza gestito da Nondasola, mostra come la violenza nelle relazioni affettive e intime non abbia un volto solo. È trasversale, può essere subdola o invisibile, ma non è mai neutra. Nella maggior parte dei casi la violenza è agita da un partner o un ex partner, un uomo che non sa accettare la fine di una relazione e che trasforma la paura di perdere il controllo in bisogno di controllo sull’altra persona. E quando il dialogo viene meno, quando il rispetto viene meno, quando l’altra persona smette di essere considerata libera, allora la forza diventa uno strumento di dominio”.

“Ecco perché – prosegue l’assessora Rabitti – dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: la violenza contro le donne è una questione di genere. Non dirlo significa non voler guardare la realtà e rischiare di confondere le cause con gli effetti, le responsabilità con le conseguenze. I dati ufficiali, a partire da quelli Istat, mostrano con chiarezza che nella maggior parte dei casi di violenza – dallo stalking ai maltrattamenti in famiglia, fino alla violenza sessuale – le vittime sono donne e gli autori sono prevalentemente uomini. E da questa realtà dobbiamo partire, non per mettere in contrapposizione uomini o donne, ma perché vogliamo una società nella quale uomini e donne abbiano davvero gli stessi diritti e la stessa libertà di scegliere la propria vita.

Naturalmente esistono altre forme di violenza, così come esistono anche uomini che subiscono violenza. Ogni persona che subisce violenza merita ascolto, protezione e giustizia. Ma riconoscere questo non significa cancellare le differenze tra i fenomeni.

Le violenze non hanno sempre le stesse radici, le stesse dinamiche, la stessa diffusione. E negare queste differenze, pretendendo di osservare tutto attraverso una presunta neutralità, non ci aiuta a comprendere. Anzi, rischia di renderci ciechi proprio davanti a ciò che dovremmo vedere”.

“Non possiamo permetterci di fare passi indietro dopo decenni di lavoro culturale, sociale e istituzionale – continua l’assessora Rabitti – I problemi non si risolvono negandoli, si risolvono chiamandoli per nome. E chiamare per nome la violenza significa anche interrogarci sulle sue origini, sulle dinamiche di potere e sugli stereotipi che ancora oggi condizionano il modo in cui uomini e donne vengono educati a vivere le relazioni. Su quella cultura patriarcale che per troppo tempo ha insegnato agli uomini che devono essere forti, dominanti, incapaci di mostrare fragilità e alle donne che devono comprendere, perdonare, sopportare, salvare, restare.

Dobbiamo spezzare questo schema e insegnare ai nostri ragazzi che un uomo non è meno uomo se sa chiedere aiuto, piangere o accettare un rifiuto, se sa attraversare una separazione senza trasformare il dolore in possesso. E dobbiamo insegnare alle nostre ragazze che amare non significa rinunciare a sé stesse, che l’amore non è controllo, gelosia, paura, isolamento o possesso. L’amore lascia liberi”.

“Per questo il lavoro di prevenzione nelle scuole è così importante – evidenzia l’assessora Rabitti – E per questo dobbiamo continuare a sostenere il lavoro che i centri antiviolenza portano avanti da trent’anni. La prevenzione non è un capitolo accessorio: è il punto da cui dobbiamo partire se vogliamo cambiare davvero le cose e dobbiamo avere il coraggio di farlo anche noi adulti. I ragazzi e le ragazze ci guardano, osservano come parliamo delle donne e come affrontiamo un conflitto, come trattiamo chi è diverso da noi. Guardano se rispettiamo davvero la libertà dell’altro o se la celebriamo soltanto a parole. Il nostro esempio è sotto i loro occhi e credo che non possiamo deluderli. Come istituzioni abbiamo una responsabilità enorme: quella di non voltare lo sguardo, di non arretrare, di non avere paura delle parole, di continuare a investire nella cultura del rispetto e della libertà, perché ogni volta che una donna trova la forza di dire basta, non sta salvando soltanto sé stessa, sta aprendo una strada da percorrere insieme”.

“Il nostro obiettivo non può essere semplicemente insegnare alle donne a difendersi dalla violenza – conclude l’assessora Rabitti – ma deve essere costruire una società in cui la violenza non sia più considerata possibile, accettabile, normale. La libertà delle donne non è una questione delle donne, è una questione di democrazia. E finché una sola donna avrà paura dell’uomo che ama o dovrà scegliere tra la propria libertà e la propria sicurezza, il nostro lavoro non sarà finito.

Noi continueremo a esserci, a chiamare la violenza con il suo nome, a rompere il silenzio e a educare al rispetto, a difendere la libertà. Una comunità davvero libera non è quella in cui alle donne viene insegnato come evitare la violenza: è quella in cui agli uomini e alle donne viene insegnato che la libertà dell’altra persona non si tocca. Mai”.