La vicenda del PRU Ospizio a Reggio Emilia pone una questione che va ben oltre il destino di una singola area della città. Le ragioni della mobilitazione e la richiesta di preservare il patrimonio verde esistente interrogano la politica su un problema più generale: con quali risorse e con quali regole vogliamo trasformare le nostre città nei prossimi decenni?
«La crisi climatica ci obbliga a cambiare il modo in cui pensiamo l’urbanistica. Verde urbano, permeabilità dei suoli, alberature e rinaturalizzazione non sono più elementi accessori: sono infrastrutture necessarie per rendere le città vivibili e capaci di affrontare temperature sempre più alte ed eventi meteorologici estremi», affermano Paolo Burani e Simona Larghetti di Alleanza Verdi e Sinistra.
Ma c’è un problema politico ed economico che dobbiamo affrontare. Non possiamo continuare a costringere i Comuni a dipendere dagli oneri di urbanizzazione e dagli investimenti privati per finanziare interventi di riqualificazione delle proprie città e servizi essenziali. Se vogliamo ridurre il consumo di suolo e puntare sulla rigenerazione urbana, occorrono norme urbanistiche coerenti con questi obiettivi e più risorse agli enti locali.
Ospizio, da questo punto di vista, ci consegna una lezione che riguarda il futuro. Una Casa della Salute, una biblioteca o qualsiasi altro servizio pubblico non possono dipendere da progettualità congelate nel tempo e vincolate alla realizzazione di un investimento privato, costruito sulle regole del mercato immobiliare. Come pensiamo di gestire le tante situazioni analoghe di piani attuativi fermi da decenni su cui nel frattempo la natura è intervenuta, cambiando il volto dei luoghi, su cui però gravano diritti edificatori che ancora non si riescono a cancellare? Il pubblico deve tornare ad avere la forza economica per acquistare e, quando necessario, riscattare aree strategiche, recuperare edifici e guidare direttamente i processi di rigenerazione.
«Il nodo è semplice: finché la trasformazione della città dipende economicamente dal privato, quell’investimento dovrà essere monetizzato. E il verde, da solo, non produce rendita. Se consideriamo alberi, suolo permeabile, parchi e spazi rinaturalizzati infrastrutture indispensabili all’adattamento climatico, dobbiamo anche investire risorse pubbliche per realizzarli e conservarli».
È anche per questo che in Regione vogliamo aprire una discussione seria sulla legge urbanistica dell’Emilia-Romagna. Ospizio dimostra quanto sia difficile intervenire quando ci si trova davanti ad accordi e previsioni urbanistiche costruiti molti anni prima e in condizioni climatiche differenti. Dobbiamo rafforzare la capacità del pubblico di governare le trasformazioni e impedire che le amministrazioni future *cancellare future* rimangano vincolate troppo a lungo da scelte ereditate dal passato.
In questa direzione va anche la prima Legge regionale per il Clima in Italia, che porteremo verso l’approvazione a settembre e che riporta la crisi climatica al centro della programmazione regionale, introducendo obblighi e strumenti concreti di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. In Regione abbiamo inoltre lavorato sulla protezione e ricostruzione degli spazi verdi, sulla rinaturalizzazione, sul desealing e la depavimentazione e sul nuovo approccio alle aree alluvionali attraverso il PAI.
Anche attraverso la nostra presenza in ANCI stiamo lavorando perché il Piano nazionale di Ripristino della Natura abbia una ricaduta concreta sugli strumenti urbanistici dei Comuni: non basta proteggere ciò che è rimasto, dobbiamo cominciare anche a ricostruire natura dove negli ultimi decenni l’abbiamo progressivamente cancellata.
Dentro questo quadro si colloca anche PRU Ospizio. Burani e Larghetti sottolineano *quanto questa vertenza esprima l’aumentata sensibilità di larga parte della cittadinanza e delle nuove generazioni sulle tematiche ambientali, valori che fanno parte anche dei nostri percorsi politici e che necessitano* che il confronto continui a essere gestito con equilibrio e responsabilità da tutte le parti. Una conclusione forzata del sit-in, così come il ricorso alle querele nei confronti dei manifestanti, rischierebbe soltanto di irrigidire una situazione già complessa. Fino all’ultimo deve prevalere la ricerca del dialogo.
«La questione non riguarda soltanto cosa fare oggi a Ospizio, ma come evitare di ritrovarci domani nella stessa situazione. Servono nuove regole urbanistiche, ma soprattutto risorse pubbliche per mettere i Comuni nelle condizioni di governare il proprio territorio. Una città più verde e capace di adattarsi alla crisi climatica non può dipendere dalla convenienza economica di una trasformazione privata. Deve tornare a essere una scelta pubblica», concludono Burani e Larghetti.


